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Soft Robots: The Art of Digital Breathing

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Il Centro d'arte contemporanea a Copenaghen è un'istituzione no profit il cui ricavato viene utilizzato per supportare progetti di valore artistico e sociale. Si tratta di uno spazio adatto a opere di arte performativa e installazioni di grandi dimensioni, infatti l'edificio ristrutturato, che oggi viene usato dal CC, era un tempo il capannone di saldatura del cantiere navale Burmeister & Wain. La visita all'interno del CC offre quindi anche un'esperienza appetibile dal punto di vista architettonico, oltre che artistico.

Di recente ha aperto la mostra temporanea "Soft Robots: The Art of Digital Breathing", che sarà disponibile fino al 31 dicembre 2025. I circa quindici artisti che partecipano all'esposizione contribuiscono a rendere interessante la discussione attorno alle nuove forme tecnologiche mettendo in discussione il loro ruolo e la nostra relazione di essere umani con loro. Ogni opera d'arte, a modo suo, cerca di criticare in modo costruttivo una particolare sfumatura all'interno della dualità essere umano-macchina aprendo la strada verso prospettive davvero interessanti, profonde, a volte preoccupanti e spaventose.

Vorrei parlarvi innanzitutto dell'opera che al meglio riassume il titolo che è stato scelto per la mostra, ovvero "The Art of Digital Breathing". Si tratta di "Aftercare" (2025) di Rhoda Ting & Mikkel Bojesen, un'installazione consistente in un perimetro limitato da una bassa struttura cubica riempita di sassi, sopra i quali si vedono diversi pezzi di plastica dalle forme, colori e particolari differenti. Al centro di questa vasca c'è un irrigatore che a distanza di pochi minuti getta acqua alle creature inanimate circostanti. L'opera esplora proprio il tema della presenza o meno di vita in questi oggetti. A sinistra del bacino di sassi c'è un sistema di tubi che permette agli oggetti di (far finta di) respirare e di (far finta di) muoversi. L'opera appare a tratti inquietante specialmente alla prima visita. Tornando a vederla, gli oggetti, che sembra che respirino, diventano famigliari e l'installazione offre un'occasione meditativa, curativa. Molti degli artisti in mostra temporanea presso CC affondano le loro radici in culture panasiatiche che si discostano dal pensiero dualistico occidentale in termini di naturale e artificiale. Lo Scintoismo, per esempio, si basa sull'adorazione di milioni di divinità originando dall'idea che tutti gli oggetti, compresi i robot, siano animati.

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Il concetto dell'intera mostra trae ispirazione dalla fiaba "L'usignolo" (1843), scritta da H.C. Andersen all'inizio dell'ultima rivoluzione industriale. Nella fiaba, l'usignolo naturale viene sostituito da un robot dal canto perfetto. Solo quando l'uccello robot si guasta, l'usignolo naturale ritorna e salva la vita dell'imperatore con il suo canto pieno di sentimento. Ting e Bojesen sembrano proprio partire dalla fiaba di Andersen, nella quale il canto della macchina non ha anima, per elaborare una considerazione che va in senso opposto.

Per stimolare una discussione sugli oggetti e su che cosa significhi prendersi cura di essi, il CC organizza una "pet session", cioè una sessione durante la quale si possono accarezzare gli animaletti di plastica facenti parte dell'opera "Aftercare. Questa si svolge ogni giorno dalle 13:00 alle 13:30, ma è bene controllare il sito prima della visita.

Un'altra opera di cui voglio parlarvi è "Soft Materials" (2025) di Daria Martin, che si chiede se la relazione tra essere umano e macchina potrà diventare (ancora più) intima in futuro. Si tratta di un'opera di video art realizzata nel 2004 presso l'Università di Intelligenza Artificiale di Zurigo. Così come le macchine, anche gli esseri umani si mostrano nudi e privi di protezione. Ricollegandosi all'iconico video "Ballet Mécanique" (1924) dell'artista Fernand Léger, in cui l'erotismo veniva esplorato nel meccanico, Martin presenta un'interpretazione per la quale non appare chiaro se siano gli esseri umani a controllare le macchine o esattamente il contrario.

Martyna Marciniak indaga la percezione dell'immagine con "Al Hyperrealism" (2024). Il video esplora il modo in cui vengono prodotte le immagini generate dall'intelligenza artificiale, il linguaggio visivo del giornalismo e la riproduzione digitale delle sembianze umane. L'immagine in questione è quella di un finto Papa Francesco che indossa una giacca Balenciaga. Questo è bastato per catturare l'attenzione del pubblico e contribuire al cosiddetto "boom dell'intelligenza artificiale" del 2023. Sorgono spontanee queste domande: "Come riconosciamo l'autenticità di un'immagine e come ci proteggiamo dalla mole di immagini che circola liberamente?".

A mio avviso, la mostra è una celebrazione poetica della potenza dell'arte a prescindere dallo strumento utilizzato. Questo è evidente in "Delivery Dancer's Sphere" (2022) di Ayoung Kim, dove l'amore minacciato dalla società capitalistica si snoda nei percorsi generati algoritmicamente in una Seul fittizia e tecno-futurista. Ma ancora più notevole è in "Beyond the Horizon" (2024) di A.A. Murakami, dove materiali transitori e tecnologia si scontrano dando vita ad effetti meravigliosi. L'installazione è incentrata sulla produzione di bolle che con una delicatezza poetica creano un'associazione molto azzeccata con la materialità effimera del mondo, a cui apparteniamo noi essere umani e tutti gli oggetti.

In un periodo storico in cui non ci stacchiamo dallo smartphone neanche per andare in bagno e lo riponiamo con cura sotto il cuscino quando andiamo a letto, nonostante sia l'oggetto probabilmente più sporco e, a volte, poco sicuro, che abbiamo, non sorprende assolutamente venire provocati da messaggi di tale profondità nelle opere presso CC. La mostra è assolutamente consigliata.

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